Euphoria: il finale scioccante che nessuno voleva
La settima puntata di Euphoria ha lasciato il pubblico a bocca aperta, non per la sua complessità narrativa, ma per la brutalità inaspettata del suo climax. Sam Levinson, il controverso creatore della serie, ha deliberatamente scelto di spingere il limite del disagio, offrendo uno spettacolo che divide e sconvolge, ma che difficilmente si dimentica.
La fine di nate: un'apoteosi di orrore
La morte di Nate Jacobs, interpretato da Jacob Elordi, non è stata una semplice eliminazione di un personaggio negativo. È stata una discesa negli abissi della paura, un crescendo di angoscia che ha visto il giovane uomo affrontare una serie di traumi – una dita e un piede amputati, essere sepolto vivo – culminando in un confronto terrificante con un serpente a sonagli. Levinson, in un'intervista esclusiva per Esquire, ha rivelato di aver voluto dare al pubblico ciò che desiderava – la giustizia karmica per un personaggio profondamente problematico – ma rendendolo al contempo così orribile da far dubitare della stessa desiderabilità di tale vendetta.
Per anni, i fan hanno espresso il desiderio che Nate, con la sua tossicità e il suo comportamento abusivo, ricevesse la punizione che meritava. Ma Levinson, con la sua consueta abilità nel manipolare le emozioni dello spettatore, ha trasformato questo desiderio in un incubo viscerale. La serie, da sempre un terreno di scontro tra critica e pubblico, ha trovato in questo finale un nuovo, inaspettato punto di convergenza: l'orrore condiviso.

Dietro le quinte: il genio di levinson e il tocco metal di perez
Il processo creativo dietro questo finale scioccante è stato un'operazione complessa, orchestrata da Levinson e dal suo fidato editor, Julio C. Perez IV. Perez, un appassionato di musica metal con un gusto per le atmosfere oscure e pericolose, ha contribuito a definire lo stile visivo e sonoro della serie, creando un'esperienza immersiva e disturbante. La sua passione per il “fringe” della cultura mainstream, per ciò che si trova ai margini, si riflette nella precisione dei tagli e nella cura dei dettagli sonori.
Levinson, figlio del celebre regista Barry Levinson, ha scelto di girare quasi interamente la terza stagione a Los Angeles, radici che lo legano profondamente alla città. Un gesto che, in un'epoca di crisi per l'industria cinematografica locale, testimonia il suo attaccamento al territorio e alla sua storia.

Tra fede, narcisismo e la ricerca di un senso
Ma Euphoria non è solo una serie sull'orrore e la depravazione. È anche un'esplorazione profonda della condizione umana, un tentativo di aggrapparsi alla propria umanità in un mondo sempre più dominato dalla tecnologia e dal narcisismo dei social media. La terza stagione, in particolare, ha affrontato temi complessi come la fede, la famiglia e la ricerca di un significato più grande, attraverso il percorso spirituale di Rue, interpretata da Zendaya.
Nate, con la sua aggressività e la sua ossessione per lo status, rappresenta l'antitesi di questa ricerca. La sua fine, grottesca e dolorosa, è forse la più tragica dimostrazione del fallimento di un individuo incapace di superare i propri demoni. La sua morte, con il volto tumefatto e avvelenato, è un'immagine che resterà impressa nella memoria dello spettatore, un monito contro la tossicità e la distruttività.
Levinson, con la sua consueta provocazione, ha voluto mettere alla prova il pubblico, spingendolo a interrogarsi sulla propria colpevolezza e sulla propria responsabilità di fronte al dolore altrui. Un finale che, al di là dello shock iniziale, lascia spazio a una riflessione profonda sulla natura umana e sulla fragilità dell'esistenza.